12/2018

Dr.ssa Sabrina Pontani
Psicologa Psicoterapeuta
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Quando le paure diventano fobie

Ciascuno di noi ha un punto debole o può provare paura di trovarsi di fronte a situazioni potenzialmente pericolose o sgradevoli che tuttavia non comportano alcuna limitazione di rilievo. Quando le paure che proviamo, però, sono tali da ostacolare alcuni aspetti della nostra vita ci troviamo di fronte ad un problema che ha un nome ben preciso: fobia.
Le fobie sono paure estreme, sproporzionate e ingiustificate di un oggetto o di un evento, che determina nella persona reazioni intense di angoscia. L’oggetto della paura, pur non rappresentando di per sé una reale minaccia, scatena nel soggetto fobico comportamenti irrazionali e una serie di sintomi fisiologi. Non importa che siano gli spazi chiusi o i ragni, le altezze o il buio, c’è una paura per tutto. Il soggetto, pur essendo consapevole dell'irrazionalità dei propri timori, continua a provare angoscia. Normalmente il fobico comprende che il suo è un comportamento irragionevole, ma non riesce a superare la paura angosciante con uno sforzo di volontà; si sente piuttosto, spinto a evitare quella specifica cosa o situazione che la espone a un’ansia insopportabile, che si manifesta anche di fronte all’immagine fotografica o al solo pensiero dell’oggetto fobico. E’ chiaro che la prima soluzione adottata è quella di evitare con grande cura e attenzione tutte le situazioni che possono generare ansia. Di fatto questa è una falsa soluzione perché implica rinunce, a volte piccole, spesso anche notevoli.
Sabrina Pontani | 18 Dic 2018

La trappola del perfezionismo

Perseguire buoni risultati, cercare di migliorarsi e far bene le cose sono atteggiamenti positivi. Quando l’attenzione ostinata ai dettagli, la continua ricerca del massimo risultato e la tendenza a criticare risultati non soddisfacenti si combinano tra loro parliamo di perfezionismo. Il perfezionismo, a piccole dosi, può essere una strategia per raggiungere i propri obiettivi di vita. Una certa tendenza al perfezionismo potrebbe essere una conseguenza del bisogno, basilare nell’essere umano, di competenza ed autoefficacia. Tuttavia, esiste anche un lato oscuro verso il quale occorre prestare attenzione. Quando la ricerca della perfezione è continua e pervade diversi ambiti della vita anziché migliorare le performance rischia di inficiarle a causa di un’eccessiva accuratezza e meticolosità.
In psicologia il concetto di perfezionismo risale alla fine degli anni ’60. Hollander (1978) definisce il perfezionismo come la consuetudine di chiedere a se stessi o ad altri livelli di performance più elevati di quanto non sia necessario in una determinata situazione. Inoltre evidenzia la possibilità che esista un perfezionismo “normale” in cui la persona stabilisce standard prestazionali elevati e una volta raggiunti è soddisfatto di sé e un perfezionismo “negativo o disfunzionale” in cui chi ne soffre non riesce mai a fare abbastanza per essere soddisfatto della propria performance (E. Giusti, O. Caputo, 2009). In quest’ultimo caso è chiaro come l’autostima del perfezionista dipende dal raggiungimento degli obiettivi stabiliti.
Il perfezionismo è disfunzionale quando compromette il benessere dell’individuo provocando:
Sabrina Pontani | 18 Dic 2018

Depressione......come uscire dal tunnel

La mancanza di speranza è uno dei sintomi più evidenti della depressione …ma cos’è la de-pressione? La depressione è un'alterazione del tono dell'umore caratterizzata da un senso di tristezza continuo e pervasivo, da una mancanza di fiducia nel futuro e nelle proprie possibilità, dalla certezza che nessuno ci potrà aiutare. Chi soffre di depressione oltre a presentare un abbassamento nel tono dell’umore presenta una riduzione delle spinte vitali. Quando si vive uno stato depressivo vengono meno la fiducia nelle proprie risorse e la speranza nel futuro. Le attività quotidiane vissute con piacere, come investire nei rapporti sociali, lavorare, occuparsi dei figli, diventano pesanti e a volte impossibili. Tutto sembra rallentare: il tempo vissuto, lo scorrere dei pensieri e delle parole, i movimenti del corpo. Il mondo si tinge di colori sbiaditi e scema la voglia di parteciparvi. Ci si sente bloccati in un eterno presente che non passa mai. Tutto ciò spesso può togliere l’appetito e rubare il sonno, generare vissuti di ansia che tolgono la serenità. A volte la sofferenza può mimetizzarsi in un corpo che presenta dolori (cefalee, dolori diffusi, preoccupazioni persistenti rispetto alla salute fisica). Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità la depressione è una condizione molto diffusa al mondo ed è in continua crescita. La depressione è in aumento tra i giovani, gli adolescenti e i giovani adulti. Nel corso della vita può capitare a tutti di soffrire, per un periodo più o meno lungo di tempo, di depressione a seguito di una separazione, di un lutto, di un trasferimento abitativo o a seguito della perdita di un lavoro. Esistono diverse forme di depressione, alcune nascono da dentro senza una causa specifica apparente, altre come reazione a un grave stato di stress o di ansia. Quest’ultima forma è quella più frequente. Inoltre, ci sono alcuni comportamenti tipici attuati dalle persone depresse che favoriscono lo sviluppo di circoli viziosi e che, dunque, mantengono nel tempo l’umore depresso. Questi comportamenti, tendono a ridurre la produttività lavorativa, il contatto con nuove esperienze e limitano enormemente anche la probabilità di provare emozioni piacevoli e di modificare le idee negative su se stessi, sul mondo e sul futuro. Premesso che la depressione si può presentare in diverse forme, quali sono i sintomi più comuni? La depressione si può manifestare attraverso sintomi di tipo fisico, emotivo, comportamentale e cognitivo.
I sintomi fisici più comuni sono: senso di fatica, perdita di energie, difficoltà di concentrazione e di memoria, perdita o aumento di peso, insonnia o ipersonnia, mancanza di desiderio sessuale, dolori fisici. Le emozioni caratteristiche provate da chi è depresso sono la tristezza, l’angoscia, la disperazione, il senso di colpa, il vuoto, la mancanza di speranza nel futuro, la perdita di interesse per qualsiasi attività, l’irritabilità e l’ansia. Il primo passo per uscirne è riconoscerla e sapersi affidare a validi professionisti. Un aiuto può venire dai farmaci, che tuttavia da soli non sono risolutivi. Per quanto efficaci su molti sintomi depressivi, i farmaci, infatti, non agiscono sui fattori profondi che portano una persona a ritirarsi nella depressione.
Sabrina Pontani | 18 Dic 2018
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